Esoterismo Evangelico

Esoterismo evangelico

Accanto ad una teologia canonica, è sempre esistita una teologia nascosta, riservata agli iniziati, una teologia “esoterica”. Come molti culti antichi, anche il cristianesimo nacque come religione dei misteri (e il concetto di Mistero è tutt’ora presente nella dottrina cristiana).

La tradizionale difficoltà di interpretare la parola di Dio deriva dal fatto che vi era nella Bibbia un livello di significati nascosti, che pochi sapevano decifrare, e che trasmetteva una conoscenza occulta. Per comprendere meglio questi contenuti, occorre analizzare i Vangeli apocrifi, quella letteratura disconosciuta dalla Chiesa, ma legata al Cristianesimo delle origini.
“La verità non è venuta nel mondo nuda, ma è venuta in simboli e immagini” (Vangelo apocrifo di FILIPPO, v.67).
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La prova di un doppio livello di conoscenze all’interno del Cristianesimo è rinvenibile nei testi canonici:

  • “A voi [apostoli] è dato di conoscere il mistero del regno di Dio; ma a quelli che sono di fuori tutto è presentato per via di parabole, affinché possano vedere, ma non discernere, possano invero udire, ma non intendere” (MARCO 4,10ss).
  • “A voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato…” (MATTEO 13,11ss).
  • “Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: «Aprirò in parabole la mia bocca: esporrò cose occulte fin dalla creazione del mondo»” (MATTEO 13,34).
  • “Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?»” (LUCA 12,41).
Oltre ad una divulgazione palese, esisteva chiaramente una predicazione riservata agli apostoli; tanto che il termine apostoli potrebbe essere reso con “iniziati”. E questo doppio livello dei fedeli si esprimeva nella formula: “Molti sono chiamati, ma pochi eletti” (MATTEO 22,14), dove i “chiamati” erano i simpatizzanti della dottrina, la cerchia più ampia, mentre gli “eletti” gli iniziati, coloro che si rendevano degni di apprendere le verità superiori.
Nella parabola di MATTEO collegata a questa frase l’apprendimento delle verità viene equiparato ad un “pranzo nuziale”, da cui un invitato viene espulso in quanto non degno. Nella simbologia, la parabola si collega a quanto dice il Vangelo apocrifo di TOMMASO, v.82: “Molti si soffermano fuori della porta, ma soltanto i solitari entreranno nella camera nuziale”, nonché al Vangelo apocrifo di FILIPPO, v.125: “La camera nuziale è nascosta. Essa è il Santo dei Santi”, con altri riferimenti all’esoterismo.
Ancora nei Vangeli canonici:
  • “Con molte parabole di questo genere annunziava loro la parola secondo quello che potevano intendere. Senza parabole non parlava loro; ma in privato ai suoi discepoli, spiegava ogni cosa” (MATTEO 4,33ss). Le parabole avevano quindi un significato “apparente” per gli infedeli, mentre celavano altri contenuti per i discepoli.
  • “Tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato” (MATTEO 13,19). La parola del regno doveva essere “compresa”, ossia decodificata.
  • “Non v’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti” (MATTEO 10,26). Un’allusione alla divulgazione pubblica dei misteri.

In conclusione, se nei Vangeli esisteva una doppia chiave di lettura, è lecito supporre che questa non riguardasse soltanto le parabole, ma gli stessi episodi narrati. La stessa storia di Gesù potrebbe essere letta in chiave allegorica?

Il tempio e il fico

Nei Vangeli SINOTTICI, Gesù maledice e fa seccare un albero di fico perché non produce frutti, quando non è la stagione dei frutti. Davanti da una scena così bizzarra, i discepoli non sembrano stupirsi. Nel Vangelo di GIOVANNI l’episodio è omesso, ma c’è un altro riferimento all’albero di fico: Gesù dice infatti al discepolo Natanele, nel loro primo incontro: “Ti ho visto quando eri sotto il fico”. Ammirato, quello risponde che Gesù è il figlio di Dio (GV 1,47). Presupponendo che questi brani abbiano un significato esoterico, occorre procedere alla loro decifrazione.
Fin da tempi antichi l’albero di fico simboleggiava la consapevolezza. In MARCO, il Vangelo più antico, l’episodio è inserito dopo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme e la visita al tempio: “E dopo aver guardato ogni cosa attorno, essendo ormai l’ora tarda, uscì con i Dodici” (11,11); quindi Gesù “ebbe fame” e si avvicinò al fico, ma lo trovò senza frutti. Il fico potrebbe rappresentare proprio il tempio di Gerusalemme, privo di frutti, ossia privo di conoscenza, dato che i sacerdoti non soddisfacevano la “fame di verità” del popolo. Ed allora Gesù lanciò la sua maledizione: “Nessuno possa più mangiare i tuoi frutti”, ossia nessuno possa più accogliere la tua dottrina. Non a caso, la scena successiva descrive l’attacco di Gesù al tempio, con la cacciata dei mercanti e dei cambiavalute: “e non permetteva che si portassero cose attraverso il tempio”. La mattina seguente, i discepoli videro il fico seccato e Pietro esclamò: “Maestro, guarda: il fico che hai maledetto è seccato”. Intendeva che il tempio era stato colpito al cuore.
Il contenuto dell’episodio è esplicitato altrove in una invettiva: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza” (LUCA 11,52), ed ancora di più nel Vangelo apocrifo di TOMMASO, v.44: “Gesù disse: «I farisei e gli scribi hanno ricevuto le chiavi della conoscenza, ma essi le hanno nascoste: non hanno saputo entrare essi stessi, né hanno lasciato quelli che lo desideravano»”.
Nel Vangelo di GIOVANNI è presente, invece, l’immagine di Natanele “sotto il fico”. Questa frase significava che l’uomo era desideroso di conoscenza e giustizia. Dire: “Ti ho visto sotto un fico” equivaleva a: “So che la pensi come me”; era una forma di reclutamento. Alla quale Natenele rispose dicendo che ci stava, che riconosceva Gesù come maestro.

Un altro riferimento al fico si trova nella parabola del “fico infruttuoso” (riferita solo da LUCA, 13,6). Il padrone di una vigna vuole estirpare un fico perché da tre anni non produce frutti, ma il vignaiolo lo convince ad attendere un altro anno. Occorre premettere che il periodo di iniziazione della setta essena, che dimorava sulle rive del Mar Morto, era proprio di tre anni, e occorre presupporre un legame tra questa e il Cristianesimo delle origini. Il senso della parabola potrebbe essere che, dopo il periodo di iniziazione, un discepolo non era ancora degno di accedere ai gradi superiori. Ma il vignaiolo convince il capo della comunità a non espellerlo, e a tenerlo un altro anno. Considerato che LUCA fu discepolo di Paolo di Tarso, si può leggere in questo brano un accenno alla diatriba che vide Paolo scontrarsi con Giacomo, capo della Chiesa di Gerusalemme (il riferimento alla vigna suggerisce il suo legame di sangue con Gesù, di cui era fratello). Come raccontano, infatti, gli ATTI DEGLI APOSTOLI, Paolo fu accusato di predicare contro la Legge, dopo il suo noviziato di tre anni, e rischiò l’espulsione dalla Chiesa.

L’Eucaristia

Il rituale dell’eucaristia, di spezzare il pane ed offrirlo ai commensali, costituiva una usanza comune all’epoca, e la descrizione dei Vangeli ricalca quella della ritualità essena. Nei Manoscritti del Mar Morto, attribuiti a questa setta, è scritto infatti: “E allorché disporranno la tavola per mangiare o il vino dolce per bere, il sacerdote stenderà per primo la sua mano per benedire in principio il pane e il vino dolce” (REGOLA DELLA COMUNITÀ, cap. VI). Anche il TALMUD prescrive di frantumare il pane e dividerlo tra i commensali.
A questa ritualità, confluita nel Cristianesimo, fu successivamente aggiunta la simbologia del “corpo” e del “sangue” di Dio, ad imitazione di culti pagani classici (Cerere, divinità rappresentante la fertilità della terra, era simbolizzata dal pane, Bacco, dio della conoscenza, dal vino. Il primo utilizzo del vino in sostituzione del sangue si era avuto in Egitto coi sacerdoti della dea Iside).
Il significato di pane come di “corpo di Cristo”, del resto, era estraneo alla cultura giudaica, che mai avrebbe concepito di “fagocitare” il corpo di Dio o di bere il suo sangue. La regola e la cultura ebraica impedivano di mangiare cibo contenente sangue, considerato immondo; solo un autore pagano poteva costruire questa allusione.
Tuttavia l’Ultima Cena custodiva anche un altro significato. In MATTEO Gesù aveva ammonito i discepoli di guardarsi dal “lievito dei farisei e sadducei”, frase poco comprensibile. “Allora essi compresero che egli non aveva detto che si guardassero dal lievito del pane, ma dalla dottrina dei farisei e dei sadducei” (MATTEO 16,12). Gesù si era espresso in modo ermetico e lo stesso MATTEO ne svela il senso: il “lievito”, ossia il pane, indicava la “dottrina”.
Con questa chiave di lettura, ha un significato anche la metafora tra il regno di Dio e il lievito: “A cosa rassomiglierò il regno di Dio? È simile ad un lievito” (LUCA 13,20), ossia si tratta di una dottrina.
La frase dell’Ultima Cena: “Prendete il pane e mangiatene tutti” potrebbe quindi essere così tradotta con: “imparate la mia dottrina”.

Durante l’Ultima Cena Gesù stava rivelando un mistero?

La “risurrezione” dei vivi

Una frase ermetica è quella che Gesù rivolge ad un discepolo che voleva seppellire suo padre: “Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti” (MATTEO 8,22). Se il senso della frase è comprensibile, non è chiaro perché Gesù definisca i parenti del discepolo “i morti”.
La spiegazione ci viene dai testi del Mar Morto, dove gli Esseni definivano se stessi “i vivi”, in contrapposizione agli infedeli, chiamati “i morti” (o “gli uomini della fossa”, cfr. REGOLA DELLA COMUNITÀ). Utilizzando il linguaggio degli Esseni, Gesù stava invitando il discepolo a non avere più contatti con gli infedeli: a lasciare che gli infedeli seppellissero i propri morti.
In questo senso si può intendere meglio il Vangelo apocrifo di TOMMASO, v.121, dove Simon Pietro dice: “Maria si allontani di mezzo a noi, perché le donne non sono degne della Vita!” E’ evidente che l’apostolo non voleva uccidere la donna, ma solo allontanarla dal gruppo, che era la “Vita”.
Ancora, il Vangelo apocrifo di FILIPPO, v.1, alludendo al proselitismo ed alle conversioni, parla di “entrare nell’esistenza”. Ed aggiunge, v.4: “Un pagano non muore, perché egli non è mai vissuto, per dover morire. Colui che ha creduto nella Verità ha trovato la vita e quest’uomo può correre il pericolo di morire, poiché è vivo.”
Interpretando allegoricamente anche i testi canonici, quando si parla di Gesù come di un “giudice dei vivi e dei morti” (ATTI DEGLI APOSTOLI 10,42), si deve intendere “giudice dei fedeli e degli infedeli” (non avrebbe senso del resto giudicare i vivi, dato che poi devono morire anche loro).
Un altro riferimento al significato della “morte” è in LUCA, canonico, dove si dice che “quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dei morti, non prendono moglie né marito, e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (20,30). Il brano fa intendere che la risurrezione non è un evento fisico, bensì spirituale. Risuscitare, metaforicamente, alla nuova vita significava divenire “figli di Dio”, ed in quanto tali i fedeli non potevano più morire.
Nello stesso senso deve essere inteso il passo in cui Gesù istruisce gli apostoli: “Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demoni” (MATTEO 10,8). Nessuno degli apostoli si stupisce dell’istruzione di risuscitare i morti (che richiederebbe quantomeno una formazione specialistica!), perché il significato era invece: “convertite gli infedeli”, risuscitateli alla “Vita”.
Altrove, uno spirito immondo possedeva un giovane dall’infanzia, e “spesso la ha buttato persino nel fuoco e nell’acqua per ucciderlo” (MARCO 9,21ss). L’acqua e il fuoco erano gli elementi del battesimo oltre che per i Cristiani, anche per gli Esseni. Il brano suggerisce che c’era un giovane che era stato reclutato fin da piccolo, forse contro la volontà della famiglia, e Gesù allora lo “esorcizza”: ossia lo scioglie dal voto. “E il fanciullo diventò come morto, sicchè molti dicevano: «E’ morto». Ma Gesù, presolo per mano, lo sollevò ed egli si alzò in piedi.” Diventò come morto, ossia fu “espulso” dalla comunità.
La stessa cosa può dirsi quando, alla morte di Gesù, avvenne il noto prodigio: “Il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi morti risuscitarono” (MATTEO 27,50). Non essendoci testimonianze storiche di una simile risurrezione di massa, che certo non doveva passare inosservata, l’episodio significa che quel giorno ci furono molte conversioni (il martirio di un leader determina spesso un aumento dei seguaci).

Sempre in questo senso si spiega l’episodio di Anania e Saffira, dove San Pietro, con una inedita severità, lancia una maledizione contro due giovani sposi, colpevoli di non avergli consegnato tutto il loro denaro, facendoli morire sul colpo (ATTI DEGLI APOSTOLI 5,1ss). L’episodio, decisamente crudele, cessa di apparire tale se si legge la “morte” in chiave allegorica come semplice “espulsione” della coppia della comunità (nella REGOLA DELLA COMUNITÀ degli Esseni era prescritto che tutti i membri mettessero in comune i beni, pena l’espulsione).

La risurrezione di Lazzaro

L’episodio di Lazzaro è sempre stato oggetto di un’interpretazione letterale, eppure il suo contenuto allegorico è evidente. Lazzaro risorge solo nel Vangelo di Giovanni. Gesù viene informato che il suo amico Lazzaro è molto malato, ed esclama: “Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato.” Già questa dichiarazione dimostra che Gesù non considerava questa malattia reale. Infatti: “Quando ebbe dunque sentito che era malato, si trattenne due giorni nel luogo dove si trovava.” Comportamento decisamente insolito per chi è preoccupato della vita di un amico.
Infine Gesù decide di raggiungere Lazzaro, ma davanti alle obiezioni dei discepoli, che temevano di tornare in Giudea, risponde con una frase ancora una volta ermetica: “Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se invece uno cammina di notte, inciampa, perché gli manca la luce”. Si tratta della descrizione della durata del giorno. Una frase decisamente fuori contesto, che può essere compresa solo alla luce di quanto sopra.
Quando Gesù arriva a Betania, sia Marta che Maria, le due sorelle di Lazzaro, gli dicono la stessa frase: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”. Probabilmente intendono dire che Lazzaro aveva abbandonato la comunità ed era diventato “morto”. Gesù quindi lo risuscita, facendolo tornare alla “Vita”.
Per comprendere meglio il senso della risurrezione, occorre considerare che esisteva in Egitto un rituale molto antico, in parte collegato all’intronizzazione del faraone. Questo rituale derivava dal culto di Osiride, il dio ucciso e riportato in vita dalla sua sposa, la dea Iside. La morte di Osiride, con la successiva risurrezione, veniva celebrata annualmente dai sacerdoti egizi con una rappresentazione sacra. Nel caso del faraone, il rituale dimostrava che lo spirito di Osiride era entrato in lui, e lui era divenuto “figlio di Dio”.
Considerando che gli ebrei avevano vissuto in Egitto, e Mosè era addirittura cresciuto alla corte del faraone, è lecito ipotizzare questo rituale fosse conosciuto in Palestina. Perfino il nome ISRAELE sembra derivare dal pantheon egizio: “ISIS” (Iside), “RA” (Ra, il dio Sole, identificato anche con Osiride), ed “EL” (una divinità semita).
Dunque il miracolo di Lazzaro riprende questo tipo di ritualità, in cui il maestro richiama il discepolo chiuso nel sepolcro da tre giorni alla luce della vita. Se il testo lascia volutamente ambiguo il senso generale, è perché i miracoli servivano indubbiamente ad attirare le masse, ma nello stesso tempo il loro significato veniva compreso da quanti conoscevano i riti iniziatici.
Risurrezione di Cristo e vocazione di Paolo
Secondo alcune fonti, i primi Vangeli raccontavano la storia di Gesù senza narrare l’episodio della risurrezione, ma dicendo solo che alla sua morte “il Padre lo assunse in cielo presso di sé”.
È indubbio che nel I secolo, l’interpretazione della risurrezione di Gesù fu oggetto di aspre discussioni all’intero della Chiesa. Si era trattato di un evento “storico” o solo “metaforico”?
Il Vangelo apocrifo di FILIPPO prende esplicitamente in giro l’insipienza di alcuni Cristiani, che prendevano alla lettera questo evento:
    •  “Coloro che dicono che il Signore prima è morto e poi è risuscitato, si sbagliano, perché egli prima è risuscitato e poi è morto. Se uno non consegue prima la risurrezione non morirà, perché – come è vero che Dio vive – egli sarà già morto” (apocrifo FILIPPO, v.21). Questo evangelista vedeva quindi la risurrezione in senso metaforico, come risurrezione dei “vivi”.
Anche nelle lettere di san Paolo vi è traccia di questa diatriba. San Paolo accusò due discepoli, Imeneo e Fileto, di aver “deviato dalla verità dicendo che la risurrezione è già avvenuta” (2^ LETTERA A TIMOTEO 2,18). Si trattava, per l’appunto, della interpretazione esoterica dell’evento, che san Paolo contrastò duramente.
Fu questa differente visione che pose san Paolo in conflitto con la Chiesa di Gerusalemme?
Sulla via di Damasco, l’apostolo si era convertito al culto degli astri. Condotto in città, era rimasto “tre giorni senza vedere e senza prendere né cibo né acqua” (ATTI 9,9), ossia si era sottoposto al rituale della risurrezione, facendosi subito dopo battezzare. Ma un giudeo-romano come lui, impregnato di cultura classica, non sarebbe rimasto a lungo seguace della “via”.
Nelle sue lettere sono evidenti le successive “personalizzazioni” del culto:
      • “Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è resuscitato da morte secondo il mio Vangelo” (2^ LETTERA A TIMOTEO 2,8);
      • “Se noi o un angelo disceso dal cielo annunciasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina” (LETTERA AI GALATI 1,8); “Il vangelo annunziato da me non è a misura di uomo: infatti né io l’ho ricevuto da un uomo né da un uomo sono stato ammaestrato, ma da parte di Gesù Cristo attraverso una rivelazione (1,11ss). Affermazioni che testimoniano la mancanza di base storica della sua predicazione, col timore di essere smentito.
Paolo aveva intuito che quel culto giudaico poteva essere trasformato in una religione universale, una religione che annunciava la morte e la risurrezione di Dio per la redenzione dell’umanità. Eresia per i Giudei, speranza per il mondo.
Eppure tutt’oggi la Pasqua di risurrezione è celebrata di domenica dopo il 14^ giorno della luna di marzo, a riprova di uno stretto legame con i culti primaverili agrari e la tematica calendariale. Se Gesù fosse risorto storicamente, tale data dovrebbe corrispondere ad un giorno preciso del calendario e non variare secondo l’anno astronomico.
Con san Paolo la storia dell’Occidente aveva imboccato una nuova strada…

 

Fonti bibliografiche:

– La Bibbia di Gerusalemme, EDB, 1974;
– I Vangeli Apocrifi, Einaudi Tascabili, 1990;
– La Bibbia apocrifa, Massimo, Milano, 1990;
– Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, Mondadori, 1995;
– Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei, Mondadori, 2002;
– Voltaire, Dizionario filosofico;
– Ernest Renan, Vita di Gesù, Newton Compton editori, 1994;
– Ambrogio Donini, Storia del cristianesimo, ed. Teti, Milano, 1997;
– Luigi Cascioli, La favola di Cristo;
– Jacopo Fo, Laura Malucelli, Gesù amava le donne e non era biondo, ed. Nuovi Mondi, 1999;
– Chiristopher Knight e Robert Lomas, La chiave di Hiram, Oscar Mondadori, 1997;
– Graham Phillips, Il mistero del sepolcro della Vergine Maria, Newton-Compoton editori, 2000;
– Keith Laidler, Il segreto dell’Ordine del tempio, Sperling & Kupfer, 2001;
– Michael Baigent, Richard Leigh, Il mistero del Mar Morto, il Saggiatore, 2000;
– Giuseppe De Cesaris, Congiunzioni Giove-Saturno e Storia Giudaico-Cristiana, keybooks, 2001.

 

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