Storicità Evangelica

Storicità Evangelica

Palestina, anno 0. Con la dominazione romana e le numerose sette religiose e politiche che agitavano la società, spesso in contrapposizione tra loro, predicare qualcosa sul territorio nazionale non era semplice. Occorreva vitto e alloggio per gli spostamenti, un servizio d’ordine nel caso, piuttosto frequente, di contestazioni o disordini; occorrevano coperture sul territorio, un’organizzazione; e del denaro.

Queste considerazioni possono già far riflettere su quanto narrato dai Vangeli. Il Messia non poteva essere un predicatore che sorgeva dal nulla; doveva necessariamente avere un legame col tessuto sociale della sua Terra. Eppure, secondo i Vangeli, nessun amico d’infanzia lo seguì nel suo viaggio, e nessun parente. Gesù viene presentato come un uomo senza passato, che recluta i discepoli lungo il cammino.
È possibile che gli evangelisti abbiano cercato di celare la sua identità?
* * * * *

Contesto storico

Per comprendere il contesto storico in cui operava Gesù, occorre studiare Giuseppe Flavio, lo storico ebreo della seconda metà del I secolo, che ci ha lasciato ampie cronache degli eventi (sebbene praticamente nulla su Gesù, a parte un breve cenno apocrifo).
Nel I secolo la religione giudaica era divisa in tre scuole principali: “I Giudei fin dalle più remote tradizioni ebbero tre scuole filosofiche: degli Esseni, dei Sadducei e la terza dei cosiddetti Farisei” (STORIA DEI GIUDEI cap.18-1-1). Queste scuole erano in continuo contrasto tra di loro per il primato di “interprete” della parola di Dio. E le divisioni riguardavano le credenze sull’anima, la liturgia del culto, il rapporto coi Romani, il tipo di calendario, ecc.
Si può sostenere che la religione giudaica, ai tempi di Gesù, non era ancora nata.
A queste tre scuole, durante il censimento disposto da Quirino, nel 7 d.C., se ne aggiunse una quarta, quando un certo Giuda il Galileo: “un gaulanite della città di Gamala, con l’aiuto del fariseo Saddok spinse alla ribellione, dichiarando che il censimento non apportava altro che effettiva servitù e incitando il popolo a rivendicare la libertà… Da questi uomini trassero origine discordie tra le varia fazioni e uccisioni di cittadini… Giuda e Saddok suscitarono e introdussero tra noi una quarta scuola di filosofia, e forti della gran quantità di adepti, riempirono la città di disordini e posero le radici dei mali che ne seguirono… perché a causa del troppo zelo con cui, spinti da questi, i giovani vi si dedicarono si arrivò alla rovina delle nostre cose” (STORIA DEI GIUDEI ibid).
Giuda il Galileo discendeva dai Maccabei, una famiglia che, sotto la dominazione greca, si era resa protagonista di una serie di rivolte di spirito nazionalista, e che rivendicava titoli regali (cfr. LIBRI DEI MACCABEI). La scuola fondata da Giuda il Galileo fu quella degli Zeloti, che si caratterizzò per un forte attivismo politico, di stampo antiromano e indipendentista.
A quale scuola apparteneva la famiglia di Gesù?

Gesù l’esseno

Secondo molto studiosi vi fu sicuramente un legame tra i Cristiani delle origini e gli Esseni. Più probabilmente, tra le due sette poteva esservi proprio identità.
I Manoscritti scoperti nel 1947 sulle rive del Mar Morto (REGOLA DELLA COMUNITÀ, DOCUMENTO DI DAMASCO, INNI, REGOLA DELL’ASSEMLEA, ROTOLO DELLA GUERRA, ecc.), che vengono attribuiti agli Esseni, possono offrire lumi al riguardo.
È singolare che nei Vangeli vengano citate due sole sette giudaiche, i Farisei e i Sadducei, in accezioni sempre negative, mentre si ignorano del tutto gli Esseni. La cosa è particolarmente strana in quanto gli Esseni, più si altri, si stavano preparando alla imminente venuta del Messia. Perché Gesù non si manifestò a costoro? Il silenzio si può spiegare solo ritenendo che fossero proprio gli Esseni gli autori dei Vangeli.
Il termine Cristiani, del resto, deriva dalla parola greca Kristòs, che sta per l’ebraico Messia. Ma questo termine sorse quando la nuova setta si era radicata in Grecia. Quale era il suo nome in Palestina? Epifanio affermò che i primi Cristiani erano noti come “Nazareni” o come “Jesseni” (da Jesse, padre di Davide). Ma più correttamente poteva essere “Nazorei” (terminologia legata ai Manoscritti del Mar Morto) o “Esseni”, dando ulteriore conferma.

Secondo quanto dice lo storico Giuseppe Flavio, gli Esseni:

  • godevano fama di “particolare santità”, in quanto erano legati da un “mutuo amore” più strettamente di altri. Nei Manoscritti del Mar Morto è prescritto di: “praticare la verità, la giustizia, il giudizio, l’amore benigno e un camminare modesto, ognuno verso il suo prossimo, per custodire sulla Terra la fede con carattere deciso e spirito contrito…ecc.” (REGOLA DELLA COMUNITÀ, cap.VIII), principi compatibili coi valori cristiani;
  • respingevano il piacere come un male, e consideravano virtù la temperanza e il non cedere alle passioni; anche questo corrispondente alla dottrina cristiana;
  • non curavano la ricchezza ed attuavano la comunione dei beni, esattamente come i Cristiani delle origini (es. ATTI 2,44-6);
  • si astenevano dal giurare, come prescrive il Vangelo: “Non giurare neppure per la tua testa” (MATTEO 5,36);
  • non avevano una unica sede, ma si trovano in varie città; quando viaggiavano non portano nulla con sé; e quando ricevevano degli appartenenti alla loro setta gli mettevano a disposizione tutto ciò che avevano come fosse di loro proprietà. Questa descrizione corrisponde al comportamento dei discepoli di Gesù: “Chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due… E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo»” (MARCO 6,7ss).

Per quanto riguarda i loro rituali, gli Esseni:

  • praticavano una forma di battesimo per immersione. Lungi dall’essere cristiano, il battesimo trova il suo precedente nei rituali della setta del Mar Morto, unica del Giudaismo che lo praticava (DOCUMENTO DI DAMASCO, cap.X: “A proposito della purificazione con l’acqua. Nessuno si lavi in acque sporche o insufficienti a coprire interamente un uomo…”);
  • avevano anche una forma di Eucaristia (“dopo che si sono seduti in silenzio, il panettiere distribuisce in ordine i pani e il cuciniere serve ad ognuno un solo piatto con una sola vivanda. Prima di mangiare, il sacerdote pronuncia una preghiera e nessuno può toccare cibo prima della preghiera”; Giuseppe Flavio, GUERRA GIUDAICA), descritta anche nei Manoscritti del Mar Morto (“e allorché disporranno la tavola per mangiare o il vino dolce per bere, il sacerdote stenderà per primo la sua mano per benedire in principio il pane e il vino dolce”; REGOLA DELLA COMUNITÀ, cap. VI);
  • prevedevano un apprendistato per essere ammessi nella loro comunità, che durava complessivamente tre anni; lo stesso tempo citato da San Paolo per la sua permanenza a Damasco dopo la conversione (GALATI 1,17ss);
  • sul matrimonio erano invece divisi, dal momento che alcuni lo disprezzavano ed adottavano i figli da altri, mentre un altro gruppo lo riteneva doveroso. In questo senso si può comprendere la duplice raccomandazione di San Paolo: “Ciascuno ha il proprio dono da Dio, chi in un modo, chi in un altro. Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono; ma se non sanno vivere in continenza si sposino” (1^ LETTERA CORINZI 7,6ss);
  • pregavano rivolti verso sole dell’alba, considerandolo simbolo di Dio, pratica compatibile con il calendario solare e condivisa dai primi Cristiani, come descritti da Plinio: “…erano soliti riunirsi alle prime luci dell’alba, ed innalzare un canto a Cristo, come se fosse un dio…” (EPISTOLAE, 96).
  • Gesù prese con sé dodici apostoli come futuri capi della sua Chiesa, conferendo a Pietro, Giacomo e Giovanni un ruolo di primo piano (cfr. ATTI DEGLI APOSTOLI, GALATI 2,9: “Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne”). Analogamente, la REGOLA DELLA COMUNITÀ stabiliva, cap.VIII: “Nel consiglio della comunità ci saranno dodici uomini e tre sacerdoti perfetti”.

Per quanto riguarda le loro credenze, gli Esseni:

  • credevano nell’immortalità dell’anima, immaginando una specie di paradiso per i buoni, e un “Ade”, un inferno, per i malvagi. Da notare che le altre scuole avevano concezioni molto differenti: i Sadducei, più conservatori e legati all’interpretazione letterale delle Scritture, negavano l’immortalità dell’anima, mentre i Farisei credevano nella risurrezione dei corpi all’ultimo giorno. Gli Zeloti avevano una visione simile a quella dei Farisei. Furono queste visioni, essena e zelota, che si fusero insieme nella principale promessa del Cristianesimo: vita ultraterrena e risurrezione dei morti.
  • Infine, il linguaggio dei Manoscritti del Mar Morto risulta molto simile a quello utilizzato nei Vangeli:
  • Negli ATTI DEGLI APOSTOLI (7,52) Santo Stefano preannuncia la venuta del “Giusto”, termine con cui era chiamato il capo della Chiesa di Gerusalemme (“Giacomo il Giusto, fratello del Signore”), ma anche il Maestro dagli Esseni (“il dottore di Giustizia” o “il dottore Giusto”).
  • Gli autori dei Manoscritti del Mar Morto si definivano “seguaci della via” e “figli della luce”, esattamente come i primi cristiani (es. GIOVANNI 14,5ss; 1^TESSALONICESI 5,5; ATTI 9,2 nota).
  • La citazione di Isaia, utilizzata dai Vangeli:“…vedendo non vedano, e udendo non intendano” (LUCA 8,10), è presente anche nei Manoscritti del Mar Morto: “si è visto ma non si è riconosciuto, si è considerato ma non si è creduto” (INNI).
  • Nella REGOLA DELLA COMUNITÀ, cap.VIII, si annuncia: “Questo è il muro provato, la pietra d’angolo inestimabile”, esattamente come negli ATTI DEGLI APOSTOLI 4,11: “la pietra che, scartata da voi costruttori, è diventata testata d’angolo”.
  • Nel Vangelo di LUCA Gesù si rivolge agli afflitti chiamandoli “voi che ora piangete”, espressione presente anche in un salmo del Mar Morto. Analogamente, il riferimento evangelico ai “poveri di spirito”, è presente nei testi esseni riferito agli iniziati (“di essi è il regno dei cieli”, potrebbe significare che essi conoscono le meccaniche celesti).
In conclusione, la scuola degli Esseni si presenta come l’anello di congiunzione tra Ebraismo e Cristianesimo delle origini. L’unico gruppo che poteva offrire a Gesù l’appoggio necessario per la sua predicazione. Dai frammenti del Mar Morto, emerge il pensiero di una setta che si opponeva ai Romani, ma anche al culto del tempio, in quanto celebrato da sacerdoti indegni e secondo un calendario sbagliato. Un contrasto destinato a sfociare nelle rivolte degli anni successivi.

Il nazireato

Il “nazireato” era una particolare condizione di devozione, diffusa fin da tempi antichi soprattutto tra gli asceti. Essa consisteva in varie pratiche religiose ed era caratterizzata, tra l’altro, dal non tagliarsi i capelli. Si riporta parte della prescrizione dell’Antico Testamento:

  • “Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore, si asterrà dal vino e dalle bevande alcoliche… Per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; finché non siano compiuti i giorni per i quali si è consacrato al Signore, sarà santo… Non si avvicinerà ad un cadavere; si trattasse anche di suo padre, di sua madre, di suo fratello e di sua sorella, non si contaminerà per loro alla loro morte… Questa è la legge del nazireato…” (NUMERI 6,1ss).

La pratica è ricordata anche negli ATTI DEGLI APOSTOLI, quando l’apostolo Paolo per contentare i Giudei fa da “padrino” ad alcuni convertiti al Cristianesimo che avevano effettuato questa pratica.

È interessante che la condizione posta da Gesù al suo seguace che voleva seguirlo: “Lascia i morti seppellire i loro morti”, sembra alludere proprio al precetto dei nazorei di non toccare i cadaveri.
Il termine “nazareno” attribuito a Gesù (Nazarenus in latino, Nazoraios in greco, Nazorai in aramaico) potrebbe quindi derivare da questa condizione di consacrazione, e non dalla città di Nazareth, confermando la sua appartenenza all’ascetismo esseno.

Gesù e Giovanni

Se molti elementi indicano una origine essena dei Vangeli, è presente anche qualche elemento discordante.
Gli Esseni, sempre secondo Giuseppe Flavio, celebravano il sabato astenendosi dal lavoro con più rigore rispetto agli altri Giudei, mentre è noto che nei Vangeli Gesù violasse spesso questa usanza.
Inoltre, se gli Esseni sono descritti come una setta ascetica e pacifica, tra i Manoscritti del Mar Morto sono stati rinvenuti documenti di tipo militare (es. ROTOLO DELLA GUERRA).
Per superare questi ostacoli, si è ipotizzato che in un certo momento storico gli Esseni si siano uniti alla causa zelota, sulla spinta del movimento messianico e nazionalista del periodo.
Un riferimento a questa possibile unione si trova proprio nei Vangeli. L’episodio del battesimo di Gesù ad opera di Giovanni Battista non ha mai avuto una chiara spiegazione teologica (perché il figlio di Dio avrebbe dovuto farsi battezzare da Giovanni, se non era nato col peccato originale?).
Giovanni il Battista stava diffondendo il rito del battesimo pubblico nelle acque del Giordano, in contrapposizione con la casta sacerdotale. Il battesimo costituiva un atto di rivolta contro Farisei e Sadducei.
Vi è da osservare che la presentazione del Battista nei Vangeli (es. MARCO 1,2ss) è accompagnata da una citazione di Isaia: “Ecco io mando il mio messaggero davanti a te, egli ti prepara la strada. Voce di uno che grida nel deserto: preparate la strada del Signore”, stessa citazione presente anche nella REGOLA DELLA COMUNITÀ del Mar Morto, cap.VIII: “Come sta scritto: «Nel deserto, preparate la via… appianate nella steppa una strada per il nostro Dio»”.
Inoltre, gli Esseni erano unificati dall’idea che ci sarebbero stati due Messia: il Messia politico, discendente da Davide, e il Messia religioso, discendente da Aronne, fratello di Mosè. In proposito, LUCA 1,5 ci informa che la madre di Giovanni Battista era proprio discendente di Aronne.
In conclusione, Giovanni Battista si presenta come il profeta/sacerdote che gli Esseni attendevano, e che avrebbe annunciato l’arrivo del Messia. Il suo battesimo nei confronti di Gesù può simboleggiare l’accoglimento nella scuola essena di una diversa setta, detentrice del titolo messianico di discendente di Davide; la setta zelota di Giuda il Galileo.

Gesù lo zelota

Nei Vangeli Gesù non definisce mai se stesso “Figlio di Dio”, ma piuttosto “Figlio dell’uomo”. Una simile definizione ha sempre fatto discutere. Il termine “Figlio dell’uomo” deriva da una antica profezia di Daniele, che in questo modo aveva chiamato il Messia (7,13), prevedendo per lui “potere, gloria e regno”. Ma cosa vuol dire Messia?
La parola Messia, dall’ebraico mashiach, significa “unto”, e designa l’uomo che Dio ha scelto per l’adempimento dei suoi disegni. L’unzione era il rito che consacrava il re di Israele. Quindi Messia era sinonimo di “re”.
Gran parte degli episodi dei Vangeli mirano a dimostrare che Gesù era un discendente del re Davide e quindi legittimo erede al trono. Lo stesso Gesù si paragona a Davide quando ricorda che questi aveva violato il sabato come faceva lui (MARCO 2,25ss; MATTEO 12,1ss), e questo può spiegare il perché delle violazioni: era un modo per reclamare il titolo messianico.
Dalle pagine di Giuseppe Flavio, si può apprendere che Erode il Grande aveva sposato Mariamne, una discendente dei Maccabei, ed era quindi indirettamente imparentato con Giuda il Galileo, il ribelle che creò la scuola zelota. La sua ostilità nei confronti di quella dinastia derivava dal timore che questa reclamasse il suo regno.
In merito, il Vangelo di MATTEO sembra alludere ad uno strano rapporto tra Gesù ed Erode: “Morto Erode, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse:…«sono morti coloro che insediavano la vita del bambino». Egli, alzatosi, prese con sé il bambino e sua madre, ed entrò nel paese d’Israele. Avendo però saputo che era re della Giudea Archelào al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi” (MATTEO 2,19ss). Quale minaccia poteva rappresentare Gesù per la famiglia di Erode, se non una legittima pretesa al trono?
È interessante, inoltre, che tra i figli di Giuda Galileo, riecheggiano gli stessi nomi degli apostoli di Gesù: Giovanni, Simone, Giacomo il Maggiore, Giuda, Giacomo il Minore, Giuseppe, Menahem. E –cosa non meno importante– si tratta degli stessi nomi dei fratelli di Gesù riportati dai Vangeli (Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda). Gli apostoli di Gesù potevano essere, in realtà, i suoi stessi fratelli? Tutti membri della famiglia del Galileo?
Per diversi decenni, questa famiglia combatté contro i Romani nella speranza di liberare il Paese dagli invasori. Il suo bersaglio era anche quel Giudaismo filo-ellenico, “collaborazionista” dei Romani, rappresentato dai Farisei e dai Sadducei. Bersaglio anche delle invettive dei Vangeli: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?” (MATTEO 3,7).
Attraverso un linguaggio allegorico, la storia del Vangelo potrebbe ricalcare quelle vicende storiche.
•    I discepoli. Innanzitutto tra i discepoli di Gesù c’era almeno uno zelota (Simone Zelota), nonché Giuda Iscariota, il cui appellativo rimanda al ramo più estremista della setta, i “Sicari” (chiamati così per via della sica, il coltello con cui eseguivano gli attentati). A questo si aggiungono i soprannomi di altri discepoli, quali Giacomo e Giovanni definiti “figli del tuono” (MARCO 3,17), terminologia tutt’altro che pacifica. Singolare che Gesù criticasse i Farisei per la loro “ipocrisia”, ma non avesse nulla da dire su Zeloti e Sicari…
•    L’indemoniato. L’episodio presenta l’incontro di Gesù con un indemoniato, che gli dice di chiamarsi “Legione”, poiché è posseduto da molti demoni. Gesù, quindi, scaccia questi demoni facendoli entrare in un branco di porci, che poi si getta da una scogliera, annegando. La strage di animali, decisamente bizzarra per un semplice esorcismo, può essere letta in altro modo. A quei tempi, in Giudea operava la Decima Legio Fratensis, l’odiatissimo corpo militare romano, di guarnigione a Gerusalemme, il cui emblema era il cinghiale. Nel dichiarare: “Il mio nome è Legione” (MARCO 5,1-20), l’evangelista paragona questo corpo militare, col suo vessillo, ad un branco di porci, animali impuri e disprezzati dagli ebrei, facendolo fuggire davanti a Gesù per poi precipitare in un burrone e annegare. Il brano era quindi frutto di quel sentimento antiromano che pervadeva la Palestina, ma poteva essere compreso solo da quanti conoscevano il linguaggio allegorico.
•    La Samaritana. Durante uno dei suoi viaggi, Gesù si intrattiene a parlare con una donna samaritana vicino ad un pozzo, e le chiede di suo marito, ma lei risponde di non averne. “Le disse Gesù: «Hai detto bene ‘non ho marito’; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito»” (GIOVANNI 4,16). In realtà, la donna samaritana rappresenta la regione della Samaria, e questo dialogo altro non è che un invito a ricostituire il popolo di Javhè, unendosi alla causa nazionalista giudaica. I Samaritani, infatti, erano una forma di ebraismo particolare, disprezzati dai Giudei e spesso trattati come pagani. Si erano scissi dagli ebrei secoli prima e avevano dato luogo a cinque tribù, ognuna delle quali adorava una propria divinità. Al tempo di Gesù le tribù si erano riunite sotto un unico Dio, non ben identificato, ma non si erano ricongiunte agli ebrei. Il brano racchiude una speranza di unità politica. “La salvezza viene dei Giudei”.
•    La tassa per il tempio. Gesù critica la richiesta di pagamento della tassa per il tempio, sostenendo che questa dovrebbe essere pagata dagli “estranei” e non dai “figli” (MATTEO 17,24). Gli Esseni rivendicavano la gestione del tempio, considerandosi essi i veri interpreti della Legge e quindi “figli” legittimi. Il brano contiene un invito a ribellarsi al potere dei Farisei e Sadducei.
•    La terra. Lo storico Giuseppe Flavio ci informa che gli Esseni si dedicavano esclusivamente all’agricoltura, mentre i Sadducei erano ricchi proprietari terrieri. Alla luce di questo, la frase di Gesù: “beati i miti perché erediteranno la terra”, poteva incarnare una reale aspirazione, oltre che un elemento di sfida all’aristocrazia dell’epoca.
•    I debiti. La frase: “Cancella i nostri debiti, come noi li abbiamo cancellati ai nostri debitori” (MATTEO 6,12) utilizza una terminologia che riflette chiare rivendicazioni sociali. È stato osservato come nel Nuovo Testamento il termine doûlos (“servo” o “schiavo” in greco) compaia almeno 120 volte. Tuttavia successivamente la parola “debiti” fu sostituita con “peccati”: “Perdona i nostri peccati, come noi li perdoniamo a quelli che hanno peccato verso di noi” (LUCA 11,4), intervento da imputare a quella evoluzione che, da San Paolo in poi, allontanò il Cristianesimo dall’Essenato, trasformandolo in una religione esclusivamente metafisica.
•    L’unzione. Gesù riceve una unzione da parte di una donna, con un “vasetto di alabastro pieno di olio profumato”, che fu versato sul suo capo (MARCO 14,3). L’unzione era il rituale con cui veniva designato il re, e una simile immagine non può non evocare significati politici.
•    L’asina. L’ingresso di Gesù a Gerusalemme è descritto come lo voleva la profezia di Zaccaria: “Esulta, figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca sopra un asino, sopra un asinello, puledro di un’asina” (ZACCARIA 9,9). La profezia aveva una natura politica, e descrivendo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme in questi termini (MARCO 11,1ss; LUCA 19,29ss), gli autori reclamavano per lui il titolo di re.
•    I mercanti. Analogamente, di natura politica è l’episodio della cacciata dei cambiavalute dal tempio (collegato all’episodio della maledizione del fico). La presenza dei cambiavalute all’ingresso del tempio non costituiva un decadimento dei costumi, in quanto la legge religiosa imponeva a ciascun ebreo di versare al tempio una tassa annuale, che doveva essere pagata in sicli d’argento; per questo nel portico stazionavano i cambiavalute. Si trattava di una tradizione finalizzata a garantire che i commerci si svolgessero pacificamente. Quindi l’aggressione di Gesù ai mercanti non trova una spiegazione religiosa, ma suggerisce qualcos’altro: l’atto centrale di una predicazione contro il tempio; il tentativo di realizzare una sommossa popolare.
•    Le provocazioni. Che l’obiettivo di Gesù fosse scatenare una sommossa è suggerito anche da altri brani. Es. in MARCO 11,27, interrogato dai sacerdoti con quale autorità predicasse nel tempio, Gesù domanda da dove proveniva l’autorità di Giovanni Battista. I sacerdoti capiscono che si tratta di un tranello: se rispondevano da Dio, Gesù avrebbe replicato: perché non gli avete creduto? Se rispondevano dagli uomini, la folla avrebbe protestato dato che considerava Giovanni un profeta. Intuendo le intenzioni di Gesù, i sacerdoti rispondono di non saperlo. Ma le intenzioni rimangono nell’aria… E la paura della rivolta condiziona altri comportamenti: “cercarono di catturarlo, ma ebbero paura della folla” (MARCO 12,12).
•    Le armi. Diversi brani fanno dubitare del presunto pacifismo di Gesù: “Chi non ha una spada, venda il mantello e ne compri una” (LUCA 22,36); “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse già acceso… pensate che sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione” (LUCA 12,49). Più volte nella storia di Israele il Monte degli Ulivi è citato come luogo da cui partivano le insurrezioni guidate dal Messia di turno. L’appuntamento sul Monte degli Ulivi descritto dai Vangeli era un’adunanza di uomini armati: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?” (LUCA 22,49).
•    I due Messia. Tradito e arrestato, Gesù fu processato, quindi posto a confronto con Barabba. E’ singolare che il nome “Bar-Abba” significa “figlio del Padre”, “figlio di Dio”; ma ancora più singolare è che il nome completo di Barabba, secondo la versione antica del Vangelo di MARCO, era proprio “Gesù Barabba”. Dunque c’erano due prigionieri a Gerusalemme, uno chiamato “Gesù il Messia”, l’altro “Gesù figlio di Dio”. Qualcuno ha ipotizzato che Pilato avesse arrestato due capi esseno-zeloti, ma temendo una sommossa, ed essendo l’esercito romano a Cesarea, offrì al popolo la possibilità di liberare uno dei due per acquietarlo. L’espediente riuscì a placare gli animi, ottenendo la liberazione di Barabba, e la crocifissione del Messia. Vi è da osservare che, secondo il CORANO, Gesù Cristo non morì sulla croce poiché qualcun altro fu crocifisso al suo posto: “Non lo hanno né ucciso né crocifisso, ma così parve loro” (SURA 4,157). Una allusione al fatto che il vero Messia, Barabba, rimase libero?
•    La croce. La crocifissione era una pratica di stampo romano e costituisce l’elemento più evidente della natura politica della condanna, in quanto i romani non crocifiggevano per motivi religiosi. Il Vangelo di LUCA formula una precisa accusa contro Gesù: “impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re” (23,2). Allo stesso modo, la scritta INRI apposta sulla croce esplicita la motivazione: “Jesus Nazarenus Rex Iudaeorum”, Gesù Nazareno re dei giudei. È evidente che Gesù fu giustiziato per sedizione: perché si era fatto re.
•    La distruzione del tempio. Gesù aveva minacciato di distruggere il tempio in tre giorni, e questo era probabilmente all’origine delle accuse nei suoi confronti. Nel vangelo apocrifo di TOMMASO, v.78, Gesù dice: “Io distruggerò questo tempio e nessuno potrà ricostruirlo di nuovo!”. La minaccia è chiara. Tuttavia nei Vangeli SINOTTICI questa frase viene accompagnata da una interpretazione, che paragona il tempio al “corpo” di Gesù. Si tratta evidentemente di un’interpretazione successiva, finalizzata a trasferire sul piano spirituale la battaglia che gli Zeloti stavano conducendo sul piano terreno. Analogamente, alla morte di Gesù: “Il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono…” (MATTEO 27,50). La metafora della distruzione del tempio voleva rappresentare la fine del Giudaismo farisaico/sadduceo.
Nel corso del I secolo tutti i membri della famiglia del Galileo finirono uccisi o giustiziati dai Romani, e la storia del Vangelo potrebbe ricalcare, metaforicamente, questa vicenda. Alla morte di Gesù, i discepoli ammetteranno: “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele” (LUCA 24,22), rivelando l’effettiva aspirazione nazionalista che li aveva guidati.
Il nome “Gesù” potrebbe quindi non essere un nome reale, ma solo un appellativo, frequente a quei tempi, per nascondere la sua vera identità. Il suo significato di “salvatore” poteva riferirsi non a salvezze metafisiche, ma al concetto molto più terreno di Salvatore o Liberatore della Patria.
 “«Gesù» è un nome segreto, «Cristo» è un nome manifesto” (Vangelo apocrifo di FILIPPO, v.19).

La fonte Q

Secondo molti studiosi, alla base dei Vangeli doveva esserci un testo, o una serie di testi, da cui furono poi elaborate le vicende. Questo testo o Vangelo primordiale viene definito fonte “Q”.
Tra i Manoscritti del Mar Morto è presente la NUOVA ALLEANZA DI DAMASCO – COMMENTARIO DI ABACUC, che descrive la morte del Maestro degli Esseni per mano di un “sacerdote empio”. Il brano ha suscitato molto interesse:
•    “…su di lui vennero perpetrati degli orrori e delle vendette sul suo corpo di carne”… “l’empio sacerdote che perseguitò il dottore di giustizia per travolgerlo nell’impeto del suo furore e spogliarlo delle sue vesti. Ma il giorno della solennità festiva del giorno delle Espiazioni, egli (Dio) apparve loro splendente di gloria per sommergerli e farli cadere”…“la città è Gerusalemme, nella quale il sacerdote empio ha commesso delle azioni abominevoli”.
Il riferimento alla vicenda di Gesù Cristo, martirizzato, con le vesti tirate a sorte dai soldati, che poi risorge nella sua gloria, balza agli occhi.
Nello stesso documento si accenna anche ad un “uomo della menzogna, che aveva disprezzato la legge tra tutte le genti” (forse, come vedremo, identificabile con San Paolo).
Vi è da notare che nella 2^ LETTERA AI TESSALONICESI 2,4, San Paolo parla di un uomo “dell’empietà”, che si contrapponeva a Dio, terminologia che richiama il “sacerdote empio”.
Ma in realtà il testo esseno è di difficile datazione, oltre ad essere in parte illeggibile, e potrebbe essere precedente alle vicende del Cristianesimo. In questo secondo caso, si potrebbe ipotizzare che sia stato utilizzato dai primi evangelisti come fonte d’ispirazione per la storia di Gesù Cristo.
La storia di Gesù sarebbe una sintesi o un’allegoria di vicende diverse? La domanda rimane sospesa.

Fonti bibliografiche:

– La Bibbia di Gerusalemme, EDB, 1974;
– I Vangeli Apocrifi, Einaudi Tascabili, 1990;
– La Bibbia apocrifa, Massimo, Milano, 1990;
– Giuseppe Flavio, La guerra giudaica, Mondadori, 1995;
– Giuseppe Flavio, Storia dei Giudei, Mondadori, 2002;
– Voltaire, Dizionario filosofico;
– Ernest Renan, Vita di Gesù, Newton Compton editori, 1994;
– Ambrogio Donini, Storia del cristianesimo, ed. Teti, Milano, 1997;
– Luigi Cascioli, La favola di Cristo;
– Jacopo Fo, Laura Malucelli, Gesù amava le donne e non era biondo, ed. Nuovi Mondi, 1999;
– Chiristopher Knight e Robert Lomas, La chiave di Hiram, Oscar Mondadori, 1997;
– Graham Phillips, Il mistero del sepolcro della Vergine Maria, Newton-Compoton editori, 2000;
– Keith Laidler, Il segreto dell’Ordine del tempio, Sperling & Kupfer, 2001;
– Michael Baigent, Richard Leigh, Il mistero del Mar Morto, il Saggiatore, 2000;
– Giuseppe De Cesaris, Congiunzioni Giove-Saturno e Storia Giudaico-Cristiana, keybooks, 2001.
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